Namibia, pensieri sparsi

Altrove:

  • In altro luogo, da un’altra parte, presso altra gente.
  • luogo che simboleggia l’assenza dell’empirico, del quotidiano, del banale e che richiama un desiderio o una speranza di fuga.

Esistono luoghi di cui non abbiamo visto almeno una volta una foto o un video? Posti praticamente già conosciuti ancor prima di partire. Credevo di no, ormai l’universo dell’etere è talmente tanto reale che potremmo quasi dichiarare di aver girato il mondo senza mai aver alzato i piedi dallo scendiletto di casa.

Mi sbagliavo. La Namibia nota, quella delle dune rosse di Sossusvlei

e di quelle gialle di Sandwich harbour, (si, lo so che dalla foto sembrano quasi uguali, ma posso giurare che le prime sono rosse e le secondo gialle, gialle calde…. o almeno, mi pare che lo siano)

è solamente la punta dell’iceberg di un paese meraviglioso, aspro, selvaggio ed ancora tutto da scoprire.

E’ tanto che non scrivo ed onestamente non so nemmeno da dove iniziare perché quello che dirò sarà la classica frase fatta, con livello di banalità alle stelle e la possibilità che riesca a rendere giustizia a questo mondo inaspettato fatto di sensazioni, emozioni e soprese, rasenta lo zero… ma tanto, mica ho da vincere il premio “flusso di coscienza”. Più che la lista della spesa del “che abbiamo fatto e che abbiamo visto”, sarà l’accozzaglia del “che ho provato”.

La Namibia è polvere che ti accerchia, ti ricopre e, non si sa bene come, riesce ad entrarti anche dentro; diventa un accessorio in più in valigia, un passeggero in macchina, aria nei tuoi polmoni e nebbia fitta e densa mentre guidi. In Namibia non puoi pensare di fare niente senza che non ci sia polvere o sabbia con te.

Sono panorami che cambiano nel giro di poche curve, rocce appuntite come rasoi e distese di sabbia morbide come cuscini, letti di fiumi che si riempiono o si asciugano a seconda della stagione, strade diritte e strapiombi che non lasciano scampo.

La Namibia è il deserto, magico, seducente, onirico, pieno di fascino, storie e suggestioni… il grande mare di sabbia inospitale, fatto di oasi, miraggi e dune mosse dal vento; per millenni attraversato da nomadi e tribù.

In Namibia si attraversa il tanto sognato, immaginato ed agognato Tropico del Capricorno – latitudine 23° 26′ 16” Sud -, una di quelle linee mitologiche che chiunque abbia un mappamondo in casa ha ben chiara e stampata in mente. Attraversandolo si sente un brivido lungo la schiena, ma forse più che per quella scritta tempestata di adesivi, per la costante impressione di galleggiare nell’infinito, per tutte quelle ore in macchina trascorse sentendoti un puntino sperso in mezzo al niente ed avendo come unico punto di riferimento l’orizzonte che, chilometro dopo chilometro, si sposta assieme a te.  

Gli spazi sono talmente ampi che ti mettono i brividi; ad un certo punto la tentazione di dire beh “ma qui non c’è nulla” è quasi naturale, ma invece se ci pensi un attimo è proprio il contrario: sei esattamente al centro del tutto. Lo spazio è l’essenza, lo spazio è la Namibia stessa.

Dopo un iniziale senso di smarrimento, l’assenza di urbanizzazione, l’orizzonte come limite e l’infinito da raggiungere, ti riportano ad una dimensione più ancestrale. Forse, in chissà quale parte recondita del nostro DNA, quel piccolo nomade che eravamo ere geologiche fa, si è sentito a casa, solo e libero in mezzo ad altopiani impervi e desolati; e magari, per qualche frazione di secondo è riemerso dalla notte dei tempi tornando così a riveder le stelle.  

Le stelle, beh di quelle che possiamo dire? A volte ti chiedi se dietro a quel mare di puntini luminosi esista anche un cielo. Ti sembra di poterle toccare, sono così vicine che basterebbe mettersi in punta di piedi ed alzare un braccio; e perchè no, se chiudi gli occhi e ti concentri un attimo, la Via Lattea potresti anche percorrerla, saltarci o ballarci sopra, tanto è bella, grande e luminosa. E poi cadono, una dietro l’altra, a pioggia, quasi come se lì, in quella terra aspra e selvaggia, si concentrassero la maggior parte dei desideri del mondo.

E tanti di quei desideri sono tutti rivolti agli animali, a quelli che hai visto tante volte in tv, nei documentari, a super quark, nei cartoni, quelli che stenti a credere che esistano davvero e non siano solamente un prodotto cinematografico… ed invece esistono… e ruggiscono, barriscono, puzzano, hanno le strisce, i colli lunghi, corna affilate, e mangiano con la proboscide. E sono imponenti, sacri, imperturbabili, fieri, scattanti, lenti, sonnolenti, fedeli al loro ritmo ed alla loro natura.

Ma non sono solamente loro a farlo, è la Namibia stessa a seguire il ciclo delle stagioni ma soprattutto del sole; alba e tramonto dettano legge rappresentando realmente la nascita e la morte del famoso nuovo giorno, in cui la gazzella sa che dovrà correre più del leone e viceversa. La notte che ti entra nelle ossa è fatta per ritrovarsi attorno al fuoco e commuoversi davanti alla stellata più potente della tua vita; durante l’oscurità tutti cercano un riparo sotto cui riposare, che sia tetto, lamiera, tana o nascondiglio; nessuno si azzarda ad uscire, nessuno tranne i predatori.

Poi arriva l’alba a rischiarare il mondo ed a tingerlo di rosso. Le ombre, come fantasmi nella notte, con il passare delle ore vanno via via diradandosi, gli animali riprendono la loro marcia alla ricerca di cibo, il deserto acquista colore, gli occhi si riabituano alla luce e la pelle al calore.  La vita riprende il suo corso, incessante, inesorabile, millenario.

E così, tra tribù, leoni, relitti, deserti, oceani e stelle, in Namibia ho trovato l’altrove: un luogo mistico, fuori da schemi, tempo e spazio.

Un luogo di conquiste e nomadismi; un viaggio attraverso l’infinito, inseguendo un orizzonte.

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